fra – la preposizione

Adult Attachment Interview

Negli ultimi anni, la psicologia dell’attaccamento si è molto diffusa. Il concetto di attaccamento sicuro e persino la classificazione dei pattern di attaccamento infantile sono ormai conosciuti da tantissime persone, soprattutto tra i genitori.

Mi pare, però, che nei discorsi sull’attaccamento ci sia spesso un grande assente: gli adulti. L’attaccamento, infatti, non riguarda solo l’infanzia.

Si può parlare di attaccamento anche in età adulta?

Riferito all’infanzia, l’attaccamento è un sistema motivazionale interpersonale innato finalizzato a ottenere vicinanza, protezione e conforto in situazioni di vulnerabilità. Questo sistema si esprime attraverso dei comportamenti sociali rivolti a figure adulte affettivamente significative.

Riferito all’età adulta, invece, l’attaccamento è una rappresentazione mentale del rapporto con i genitori durante l’infanzia. L’aspetto interessante è che questa rappresentazione viene costruita non soltanto sulla base della storia relazionale infantile, ma anche di altri fattori (per esempio esperienze relazionali successive, capacità di riflessione e metacognizione, motivazione al cambiamento).

Quindi, anche bambini e bambine che non hanno avuto caregiver supportivi, protettivi e coerenti, possono diventare adulti con un attaccamento libero (il corrispettivo dell’attaccamento sicuro). Si parla, in questi casi, di sicurezza guadagnata.  

Poiché l’attaccamento adulto funziona in modo diverso da quello infantile, anche gli strumenti di valutazione utilizzati sono differenti, così come pure la classificazione. Per gli adulti, infatti, non si parla di attaccamento sicuro, evitante, ambivalente e disorganizzato, bensì di attaccamento libero (o autonomo), distanziante, preoccupato e irrisolto.

Cos’è e come funziona l’Adult Attachment Interview?

L’AAI è uno strumento di analisi e valutazione dell’attaccamento adulto – o meglio: dell’organizzazione mentale adulta dell’attaccamento infantile.

È stato messo a punto da Mary Main negli anni 80 per studiare la trasmissione intergenerazionale dei pattern di attaccamento, e ha permesso di identificare e definire i pattern di attaccamento negli adulti. L’AAI è quindi nata con finalità di ricerca, ma da circa due decenni viene utilizzata anche in ambito clinico.

Consiste in un’intervista audio-registrata di circa un’ora che raccoglie e ricostruisce l’autobiografia infantile. Le domande riguardano le esperienze relazionali con i genitori (o altre figure adulte di riferimento), soprattutto durante l’infanzia, e l’impatto sul presente di quelle esperienze. L’intervista, quindi, non si concentra soltanto sulla storia relazionale infantile, ma anche sul modo in cui quella storia è stata vissuta ed elaborata.

Nel 2025 mi sono formata per la somministrazione dell’AAI presso l’Università di Pavia, ritenendola uno strumento prezioso per i percorsi con genitori e famiglie. Ma ho presto scoperto che l’AAI può essere impiegata proficuamente anche nel supporto psicologico individuale. Così come può invece rivelarsi poco utile, se non addirittura nociva, nel sostegno alla genitorialità e nel lavoro con coppie o famiglie.

Non esistono percorsi per cui il ricorso all’AAI è a priori adatto o inadatto. Quindi, propongo di utilizzare questo strumento solo nelle situazioni in cui la reputo utile*, a seguito di (almeno) un colloquio.

*

Lo stesso vale per altri strumenti di valutazione cosiddetti “attachment-oriented” come i questionari self-report.

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